La realtà vista dalle torri

RECEnsione post Europei

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Post europei (contiene calcio e cinema)
Umore pre-film: chi ha fatto palo?

Scrivo questa recensione a cinque ore esatte dal fischio di inizio di Italia-Spagna, finale del campionato europeo di calcio . Il mio interesse per l'evento sportivo si colloca esattamente a metà tra i soggetti che lo ritengono momento fondante per il proseguo delle loro vite e coloro che, pipa in bocca e le poesiole di campagna di Dylan Thomas in mano, lo squadrano con l'occhio del latifondista che guarda il fittavolo entrargli in soggiorno con gli stivali coperti di merda.
Entrambe le estremità di questa scala umana dell'individuo sportivo mi stomacano, ma, spinto dal desiderio di preservare un pubblico di lettori confortato, soddisfatto e che, soprattutto, incontri le mie preferenze, ho deciso di fare le cose in modo un po' diverso dal solito.
Dato che leggerete questa recensione lunedì al più presto (se non oltre ancora), ritengo opportuno fornirvi due recensioni capaci di soddisfare il vostro umore post partita. Vi invito a leggerne solo una delle due rispettivamente per alimentare il vostro furore o per esaltare il vostro entusiasmo.
SE L'ITALIA PERDE: RECENSIONE INUTILMENTE INCAZZATA, RABBIOSA, MANESCA E DEPRESSA.
E così abbiamo perso. Iniesta troppo veloce, prendiamo dodici pali, sei traverse, Casillas para tutto, ci negano sei rigori, il faccione del Principe delle Asturie che ci sbeffeggia dai maxischermi in piazza del Duomo e il mito di Balotelli sfuma lentamente ritornando, nei cervelli disidratati dei padani, ad essere di nuovo solo un neghér. E poi pomodori all'aeroporto, venduti, venduti, scandalo scommesse e tutti torniamo placidamente a crucciarsi su come riuscire a pagare l'IMU. Ecco il film per sfogarvi.
Le iene. Le iene fa cagare. Dio quanto mi piacerebbe essere quel tipo di recensore. Quello che spara a zero, capace di scegliere il regista che tutti amano e poi smontarlo pubblicamente usando parole come "lezioso" e "ridondante". Il tipo di critico che ammazza Tarantino in cento battute e che, probabilmente, al liceo suonava la chitarra in una band. Il problema è che io non ci riesco. Io sono mainstream. Al liceo ero un elfo in un gioco da tavolo fantasy e chiunque ne avesse l'opportunità mi picchiava selvaggiamente. Non molto è cambiato. Amo Tarantino come l'Iran ama i test nucleari (e ho un feticismo per il film di Hugh Grant, ma forse è il caso di parlarne un'altra volta), adoro Le Iene, ma questa cosa che hanno fatto uscire al cinema è faccenda da tribunale dell'Aia. Che è successo? Per celebrare il ventennio dall'uscita il 26 e il 28 giugno un noto multisala italiano ha deciso di riproporre sul grande schermo il primo, grande, cult del buon Quentin. Una tendenza piuttosto recente che sta incontrando un certo successo (presunto, visto il fatto che viene riproposta). E così ci siamo cuccati Frankestein Junior, Ritorno al Futuro e, a breve, i Blues Brothers. Tutta roba che ad aspettare la seconda serata natalizia si risparmiano nel complesso venti euro e ci si va a comprare un litro e mezzo di benzina. Come il treddì, anche quest'invenzione è probabilmente parto di piccoli sgherri di Satana che, nella mia mente, vagano negli happy hour milanesi utilizzando termini come "digitalmente sempre connesso", "iper mobile" e "culturalmente online" senza apparente pudore. Gente capace di scatenarmi fantasie talmente reazionarie da mettere a disagio persino il fantasma di Hermann Goering. Ma la qualità dell'audio? E quella del video? La rimasterizzazione? L'effetto blur applicato ai denti davanti di Steve Bushemi? Al di là del fatto che l'audio della proiezione a cui ho assistito era pessimo, a meno che voi non siate il direttore della fotografia di Gullermo del Toro ci sono scarse possibilità che notiate la definizione del colore della giacca di Harvey Keitel o delle budella di Tim Roth. D'altra parte c'è chi mi dice che queste iniziative sono un utile sistema per educare a cult d'autore le nuove generazioni ingiustamente private dei Bellissimi di Rete 4. E facciamo a fidarci. Il problema sta nel fatto che l'edizione delle Iene uscita nel multisala di cui sopra è una versione censurata. Come, scusa? Puoi ripetere? Perché, sai, col caldo m'è sembrato che dicessi. Sì. Mi spiace. Le Iene al cinema è censurato. No, non controllate il calendario, non siamo più negli anni '30 (anche se chi titola i film sembra esserne convinto), ma lo spirito è gagliardamente quello. Per la precisione è stata tagliata la scena dell'orecchio e una serie di dialoghi (compresa la prima, notissima, conversazione attorno al tavolo della colazione su Like a Virgin di Madonna). Un po' come se prendessero il Padrino e censurassero tutte le battute di Marlon Brando. Così. E poi vi chiedessero di sborsare dieci euro per vedervi un film che si trova ovunque, ma monco e privato dei momenti più intensi. Mentre uscivo dalla sala mi sono guardato attorno aspettandomi, da un momento all'altro, che l'ometto alla cassa comparisse per omaggiarmi di un fortissimo calcio nelle palle e chiudere così la mia esperienza al multisala. Io non so come vi sentite quest'oggi e quanti ce ne hanno infilati le Furie Rosse, ma fossi in voi conserverei la rabbia e la frustrazione che provate per la prossima volta che omaggerete una spregevole iniziativa del genere delle vostre preziose banconote.
SE L'ITALIA VINCE: RECENSIONE ECCESSIVAMENTE EUFORICA, POSITIVA, SBRUFFONA, PO-PO-PO-PO-PO-POO-POO.
In questo scenario ipotetico l'Italia ha vinto otto a zero. Tripletta di Pirlo con gol in rovesciata dalla linea di fondo campo su assist di Tardelli. L'Italia più bella di sempre, Cassano presidente ad honorem dell'Arcigay, Pertini riesumato con rituale oscuro per saltellare in tribuna, trionfo di clacson e Libero che con l'ennesima pennellata di stile, titola: "E in culo anche i Borboni". Ci si scorda per un secondo del fatto che per i prossimi dieci anni dovremo tirare avanti coi bollini della spesa e ci ritroviamo il giorno dopo misteriosamente più felici e ben disposti.
Ecco perché vi cuccate i fratelli Taviani. Se avete meno di venticinque anni probabilmente mi state leggendo con la faccia del babbuino leggermente tardo, se ne avete di più le vostre mani sono scese lentamente agli zebedei. Perché i fratelli Taviani fanno dei film splendidi, tecnicamente ineccepibili, ma che in una scala di digeribilità fanno il pari con la torta allo strutto della mia oscura zia di montagna. Eppure. Eppure quest'anno, a marzo, dopo aver vinto Orso d'Oro, David di Donatello e, probabilmente, il Cantagiro, è uscito giusto per pietà in quattro cinema Cesare deve morire. Perché ve ne parlo adesso? Perché sta uscendo in dvd e perché è il più bel film di quest'anno. Bum! Oso di più: è il più bel film italiano degli ultimi dieci anni. Boom! Ma che ce frega! Abbiamo vinto gli Europei, possiamo pure permetterci tutte le iperboli di questo mondo. Dunque, Cesare deve morire in due parole? Il Cesare di Shakespeare rifatto dai detenuti di Rebibbia. Mi rendo conto che due sono assolutamente inadeguate. Il film sfiora la tragedia del bardo inglese e la usa come scusa per indagare tragedie ben diverse regalando, al contempo, un'incredibile lezione di cinema. Emblematico che la pellicola cominci con la chiusura dello spettacolo e il ritorno in cella degli "attori", ricordandoci come questo termine risulti terribilmente inefficace per descrivere i protagonisti di questo capolavoro. Perché i personaggi che si muovono in quella strana scenografia fatta di celle e corridoio freddi non abbandoneranno il mondo filmato una volta che le telecamere saranno spente, ma ne sono incatenati a causa di condanne lunghe, in certi casi lunghissime. La narrazione riprende dai provini e dalle prove per lo spettacolo trasformando l'opera di Shakespeare, per l'occasione tradotta in dialetto romano, napoletano, siculo e pugliese in una riflessione sul rapporto fra vittima e colpevole, fra delitto e pena. Su tutto stupiscono gli attori. Assassini, spacciatori, mafiosi che recitano con una forza disperata capace di far dimenticare il criminale e lasciare solamente l'uomo e l'attore. Incredibile, da questo punto di vista, la forza recitativa che queste persone riescono a trascinare resuscitando l'opera e donandogli una nuova vita, una nuova energia. Molti passaggi sono strazianti, altri forti e altri angosciosi perché il passato dei protagonisti e le parole di Shakespeare si mescolano portando ciascuno a confrontarsi con i propri demoni, le proprie paure e i propri rimpianti. La profondità e la potenza espressiva non calano mai e la sensazione da spettatore è di stordimento, stupore e commozione. Dal punto di vista tecnico si può godere di uno splendido bianco e nero, di immagini sobrie, ma evocative e di un tocco ora potente e ora lieve, capace di trasmettere sia l'epicità propria dell'opera shakespeariana sia l'umanità impetuosa che trabocca dai gesti, dagli sguardi, dalle parole dei carcerati.
Non devono piacervi i registi, né il genere, non dovete neppure amare il cinema per apprezzare la forza di questo film. Dovete solo guardarlo per provare emozioni, per scoprire quanto a fondo può scavare in noi una pellicola.
Se state leggendo questa recensione vuol dire che l'Italia ha vinto e che siamo tutti un po' più orgogliosi di essere italiani anche se non capiamo bene il perché (ed è meglio non indagare). Regalatevi Cesare deve morire e un motivo meno lieve e più concreto per essere orgogliosi.

Umore post-film: in ogni caso, preferisco il curling.





Nicolò Targhetta, oggiBologna.it (BOLO)