Project X e La Guerra è dichiarata
Umore pre-film(s): bipolare
È arrivata l'estate. Io non lo sapevo, ma Studio Aperto, il nostro barometro nazionale, è corso con solerzia a farmelo presente
. E, perdio, io mi fido di cotanto giornalismo investigativo.
Ci tocca dunque prostrarci psicologicamente ai sempiterni cliché che fioccano ogni anno allo scoccare del trentesimo grado all'ombra. Chi uscirà (calcisticamente o meno) dall'Europa? Quale giovane celebrità ci lascerà le penne in una suite puzzolente? Come farà il mio fisico da reduce di Auschwitz ad affrontare la prova costume? Quanto manca perché possa tornare a indossare un cappotto? Che libro mi porto in spiaggia? Qual è la giusta crema solare per prendere quel bel color ambrato che fa impazzire le ragazze? In Afghanistan c'è ancora la guerra?
Subire sembra essere la parola d'ordine del primo caldo e le sale italiane non fanno niente per alleviare quest'afosa sofferenza.
Andare al cinema in questi giorni è come farsi un giro alla Borsa di Milano. Non c'è nessuno e i pochi che resistono hanno facce tristi e spaventate. D'altra parte proprio come il sonno della ragione anche quello cinematografico genera i suoi bei mostri. Quando, in fila per lo spettacolo serale, incappi nella coda in uscita da Men In Black 3 e senti genuini gridolini di apprezzamento capisci che l'evoluzione umana si è interrotta lì, al secondo piano di quel grosso multisala di periferia. Da qui è tutta mitosi sprecata. Rivaluti persino i dinosauri e la loro ingiusta fine. Un triceratopo poteva avere un sacco di difetti, ma non sarebbe mai andato a vedere Men in Black 3 uscendosene soddisfatto. Mai.
Ma non siamo mica solo noi gli unici colpevoli. Il problema vero, semmai, è che ci hanno dato da mangiare così tanto cerume che adesso il cibo per cani ci sembra una gustosa leccornia. Ma sempre cibo per cani rimane. Il mio appello estivo è questo, amici lettori: disattivate quel freno inibitorio che vi fa essere magnanimi con i film che andate a vedere, smettetela di essere buoni con Hollywood, Hollywood raramente lo è con voi. Ricordate quanto pagate, ricordate quanto a rischio di congiuntivite siete ogni volta che indossate quegli orrendi occhialetti per il 3D. Usciti da Killer Elite o da La mia vita è uno Zoo cercate di ripetervi: io sono meglio di così, io non voglio più accontentarmi, non voglio più abbassarmi ai loro standard di gusto. Poi vandalizzate il chioschetto dei popcorn. No, scherzo, tutti amano i popcorn.
Al fine di non arrestare del tutto i vostri cuoricini cinefili, ma al contempo curvo sotto la sacra necessità di amministrare la mia indignata e furiosa giustizia critica ho deciso di proporvi due film questa settimana che rappresentano gli antipodi del cinema estivo oggi nelle sale. Da una parte il film bello che non andrete mai a vedere, dall'altra il film brutto a cui darete otto euro e cinquanta.
Cominciamo da quest'ultimo che si chiama Project X, una festa che spacca (titolisti italiani, bruciate all'inferno). Project X è praticamente Una Notte da Leoni in formato juniores (non a caso il produttore è proprio il regista dei due famosi film sul doposbornia) con tre ragazzi più uno (adesso spiego) che organizzano il più sfrenato e eccessivo party del liceo mai visto. Tutto il film usa la tecnica della macchina a mano già vista quest'anno in Chronicle (ecco il perché della presenza di un amico aggiuntivo, il cameraman appunto). Il realismo proprio di questo tipo di ripresa (che può piacere o meno) si adatta bene al tema, ma risulta comunque piuttosto forzoso, come se volesse essere un furbo espediente per insaporire una pellicola marcia dentro. La comicità inchioda a tette, culi e la solita, vecchia storia della verginità da perdere a ogni costo, scivolando presto in abissi ancor più patetici e scontati. Per certi versi la pellicola vorrebbe emulare i grandi classici adolescenziali firmati John Hughes. Ma se nei film del grande regista americano la festa era il simbolo dei riti di passaggio propri della giovinezza, della sua sfrenata voglia di vivere e della capacità dei suoi protagonisti di trovare modi sempre nuovi e originali per esprimersi, qui, semplicemente, non esiste nessun tipo di approfondimento. La festa, il casino non hanno un perché se non la (banale) necessità dei tre ragazzi di scalare le vette della popolarità liceale. Nell'ora e mezza della pellicola nessuno dei personaggi vive una crescita, una maturazione, un miglioramento personale di qualsiasi o un cambiamento interiore degno di nota. È un'adolescenza stupida, quella messa in scena, una giovinezza primitiva nella quale il divertimento è cieco e eccessivo, tanto da diventare presto irrealistico e stomachevole. In questo i ragazzi di Project X e gli adulti di Una Notte da Leoni si assomigliano: nessuno di loro sembra una persona vera.
La speranza di questa settimana, quella che mi fa tirare avanti fino alla prossima si chiama La Guerra è Dichiarata. Splendido titolo per uno splendido film. Che parla di due genitori. Occhio. Che hanno un figlio. Ooochio. Che ha un devastante tumore al cervello. Eccalà. Spariti tutti. Dai, non fate così, tornate indietro. Dai, tette, culi, Belen Rodriguez, dai, ragazzi, vi giuro che merita.
Il film mi ha ricordato, per le tematiche forti trattate con originale ottimismo, il recente 50/50 con Joseph Gordon Levitt che si becca il cancro e deve imparare a conviverci. Le due pellicole presentano alcuni punti in comune nel modo in cui cercando di non raccontare il dramma in modo drammatico e riescono a rivelare molto delle loro differenze già con il titolo. In 50/50 il protagonista è in balia del destino e la sua sopravvivenza è tutta questione di fortuna, del lancio di una monetina. La Guerra è Dichiarata, invece, assume un atteggiamento diverso di fronte alla morte. La lotta per vivere qui è assoluta e disperata e si combatte con tutti i mezzi necessari. Il male che sta uccidendo il figlio della coppia protagonista non è una condanna, ma la miccia che innesca un processo di scatenata reazione, di vitalità totale. I genitori si chiamano Romeo e Juliette e, facendosi beffe della tragedia shakespeariana, intonano un fragoroso inno alla vita e alla sopravvivenza. Gli attori (e sceneggiatori) Valérie Donzelli e Jérémie Elkaïm mettono in scena quella che si rivela essere la loro storia privata fuori dallo schermo. La cosa mi sembra vagamente morbosa, ma lo è solo sulla carta. Il film, infatti, si rivela pregevole non tanto dal punto di vista tecnico o ritmico (nella media), quanto per la forza impressa alla pellicola, ai momenti, ai gesti reali di persone reali che trovano la forza di stringere i denti in modo straordinario. La Guerra è Dichiarata è un racconto intelligente e energico, primordiale e umanissimo è, soprattutto, scevro da ogni cinismo e da ogni cautela ipocrita.
Lo so che non andrete a vederlo. No, non fate quella faccia. Lo so che non ci andrete. Vi conosco. No, non conta se vi ci porta la fidanzata. E non provate a dirmi che ve lo noleggerete in dvd, che mi fate incazzare.
Non mi importa. Io me lo son visto ed è un gran bel film. Abbastanza bello da far dimenticare l'estate.
Al triceratopo sarebbe piaciuto.
Umore post-film(s): indebolito/rafforzato
Nicolò Targhetta, oggiBologna.it (BOLO)










Lucio Battisti, Amarsi un pò


